Era il 10 giugno di 80 anni fa quando, dal balcone di Palazzo Venezia in Roma, Benito Mussolini dichiarava l’ingresso in guerra dell’Italia, uno dei discorsi più importanti della nostra storia e dell’intero Novecento, eguagliato probabilmente soltanto dal “Bombe mit bombe” di Adolf Hitler, pronunciato al Reichstag il 1° settembre 1939, e dal “Blood, toil, tears and sweat” di Winston Churchill, alla Camera dei Comuni il 13 maggio 1940.

Il celebre discorso di Benito Mussolini a Palazzo Venezia ebbe luogo quando i popoli d’Europa si erano quasi rassegnati al fatto di una Germania dominatrice di tutto il Vecchio Continente, o perlomeno di una grossa parte, utile per avere il lebensraum, lo spazio vitale che, così ritenevano i tedeschi, le era stato sottratto dopo il disastro della Prima guerra mondiale. Il Führer, dopo l’invasione della Polonia, aveva rapidamente conquistato la Danimarca, la Norvegia, i Paesi Bassi e teneva in mano la Francia; in realtà, però, quando l’Italia decise di entrare in guerra, la Germania aveva da pochi giorni concluso la Battaglia di Dunkerque (26 maggio – 4 giugno) che, seppur terminata con esito positivo per le forze tedesche a scapito degli Alleati, evidenziò delle incertezze tattiche nella Wehrmacht. Una piccola smagliatura nella fino a quel momento perfetta macchina tedesca che nessuno notò.

Benito Mussolini, il 10 giugno 1940, annuncia la dichiarazione di guerra dal balcone di Palazzo Venezia a Roma:

Come tutti sanno, in quel giugno 1940 la Seconda guerra mondiale è già scoppiata da nove mesi (settembre 1939) con l’invasione tedesca della Polonia. Come mai l’Italia non entrò in guerra l’anno precedente, allo scoppio del conflitto a fianco dell’alleato tedesco col quale si era legata indissolubilmente qualche mese prima con la firma del Patto d’Acciaio (22 maggio 1939)?.

La firma del Patto d’Acciaio fra Italia e Germania il 22 maggio 1939:

La ragione è abbastanza chiara: Mussolini era consapevole dell’impreparazione militare della sua nazione e, seppur appoggiando la decisione del Führer, temporeggiò in attesa che la Germania inanellasse sempre più vittorie per poi entrare in guerra e sedersi al tavolo dei vincitori con un costo di vite umane e sforzi economici pressoché nulli.
Dopo l’incontro del Brennero tra i due dittatori (18 marzo 1940), in cui Hitler spronò nuovamente Mussolini a entrare in una guerra ormai destinata alla conclusione, per l’Italia non fu più possibile nicchiare e a nulla valsero le preghiere e l’opposizione di papa Pio XII e del Re, Vittorio Emanuele III.

Mussolini e Hitler nel 1940:

Per il duce era scattata “l’ora delle decisioni irrevocabili”. Per prima cosa bisognava comunicare l’imminente dichiarazione di guerra ai diretti interessati, perciò nel primo pomeriggio di lunedì 10 giugno 1940 Galeazzo Ciano, ministro degli Affari Esteri (nonché genero del duce) fece convocare a Palazzo Chigi l’ambasciatore francese André François-Poncet e quello britannico Percy Loraine e lesse loro la dichiarazione di guerra: «Sua Maestà il Re e Imperatore dichiara che l’Italia si considera in stato di guerra con…» eccetera, eccetera. I due ambasciatori ascoltarono la dichiarazione imperturbabili; anche loro non potevano aspettarsi altro.

La bandiera da guerra tedesca e la bandiera italiana sventolano insieme. Fotografia del Bundesarchiv condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Scoccano le 18:00 e da Palazzo Venezia si affaccia il vicesegretario del Partito Nazionale Fascista Pietro Capoferri. Con voce ferma ordina all’immensa folla sottostante il classico saluto al duce. Pochi istanti dopo appare Benito Mussolini, con indosso l’uniforme da primo caporale d’onore della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Il volto era sereno, ma serio, deciso, di chi sa che sta per fare uno dei discorsi più importanti della storia del Paese.

La folla, radunata di fronte a Palazzo Venezia, assiste al discorso sulla dichiarazione di guerra dell’Italia a Francia e Gran Bretagna:

Dal pulpito del palazzo romano, il dittatore cominciò a lanciare un proclama rivolto a tutti, a “uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania”, ché tutti ascoltino ciò che ha da dire, ché tutti sappiano che l’Italia è entrata finalmente in guerra. Mussolini afferma che quella che scorreva era “un’ora segnata dal destino”. La piazza esplose quando il duce, dopo l’ennesima pausa calcolata, parte essenziale della sua oratoria, pronunciò quello che tutti attendevano da settimane. Disse a gran voce che “la dichiarazione di guerra è già stata consegnata…” Non fece in tempo a terminare la frase sicché dabbasso si levarono grida altissime. “Guerra! Guerra!” urlavano i presenti. Poi il duce li placò con un gesto della mano e concluse: “… agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia”.

L’ambasciatore francese in Italia André François-Poncet:

Gli astanti presenti in piazza e gli ascoltatori da casa udirono il discorso, quel monumento di retorica, rapiti, di più: estasiati. In piazza si successero i cori, le esultanze; esultanze di vittoria, di una guerra già vinta, non si assisté alla reazione di chi stava per partire in guerra, di chi partirà per non tornare più, di chi sarà costretto a immensi sacrifici. Sacrifici che furono subito sottolineati dal dittatore (“… noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi e i sacrifici di una guerra”) che però, allo stesso tempo, si affrettò a chiedere uno sforzo per una vittoria ormai prossima. Una vittoria, l’unica alternativa possibile.

Mussolini concluse l’orazione con la parola d’ordine divenuta una delle parti più famose del discorso: “Vincere! E vinceremo”.

I quotidiani del giorno dopo, naturalmente controllati dalla censura fascista, titolarono con grande enfasi la dichiarazione del duce:

“Folgorante annunzio del Duce. La guerra alla Gran Bretagna e alla Francia” aprì il Corriere della Sera; “Popolo italiano corri alle armi!” il Popolo d’Italia; “Viva il Duce Fondatore dell’Impero. GUERRA FASCISTA. L’Italia in armi contro Francia e Inghilterra” Il resto del Carlino.

Soltanto L’Osservatore Romano, quotidiano della Città del Vaticano, aprì con un titolo di disappunto: “E il duce (abbagliato) salì sul treno in corsa”. Fu il giornale che più di tutti azzeccò la giocata alla roulette della storia di Mussolini e, di conseguenza, di tutti gli italiani.

Oggi sappiamo che quel 10 giugno 1940 “segnato dal destino” Mussolini e l’Italia commisero un grandissimo errore a entrare in guerra contro le potenze di Gran Bretagna e Francia, ma che quella scelta sembrava doverosa in quel momento, pubblicizzata dalla stampa dell’Italia fascista come l’unica possibile.

Fu un ingresso in guerra opportunistico, è vero, e con un piano chiaro: combattere qualche settimana, assistere nell’avanzata le truppe di Hitler per una manciata di mesi al più, e poi sedersi al tavolo dei vincitori per dividersi l’Europa insieme all’alleato tedesco. Una prospettiva condivisa da buona parte delle forze del Vecchio Continente sempre più dentro le fauci dello squalo tedesco. Era il 10 giugno 1940: da quel giorno la storia, come sovente accade, comincerà a capovolgere ogni pronostico.

Sotto, il discorso integrale di Benito Mussolini in un video dell’Istituto Luce:

 

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".