Quando parliamo di disfatta italiana la mente ci porta immediatamente a Caporetto, la sconfitta per antonomasia, entrata anche nel gergo della nostra lingua:

Caporetto sinonimo di sconfitta, tracollo, fallimento

Nell’immaginario italiano però si è dimenticata una battaglia che per molti aspetti è stata più sanguinosa e umiliante, combattuta 21 anni prima di Caporetto: è la disfatta di Adua.

Adua è un villaggio situato nella regione del Tigrè, nell’Etiopia settentrionale, conosciuta ai tempi come Abissinia.

È in questo ritaglio d’Africa che alla fine del 1895 inizia la Guerra d’Abissinia (o prima guerra italo-etiopica) con l’obiettivo italiano di entrare nell’élite delle potenze coloniali del vecchio continente. L’impresa coloniale in terra africana, infatti, nasce dal bisogno dell’Italia di uscire da quell’isolamento internazionale in cui il paese si era ritrovato dopo l’unità.

Sotto, La battaglia di Adua raffigurato da un celebre dipinto etiope:

La “corsa all’Africa” per l’Italia comincia con un decennio di ritardo rispetto alle grandi potenze europee: è del 1882 l’acquisto della baia di Assab, in Eritrea, sulla costa ovest del Mar Rosso, una prima apertura italiana nel continente nero. Le prime avvisaglie di una tutt’altro che fortunata campagna d’Africa si iniziano a vedere nel 1887. Il 26 gennaio di quell’anno il contingente italiano viene battuto a Dogali dalle truppe abissine di Ras Alula Engida; è una dura sconfitta, ma il peggio deve ancora arrivare. È sul finire del 1895 che la situazione precipita, con le pesanti sconfitte dell’altipiano dell’Amba Alagi e del forte di Macallè che fungono da tragici antipasti della catastrofe di Adua, durante la battaglia decisiva.

Gli italiani arrivano ad Adua in condizioni già abbastanza precarie: oltre al ricordo delle battute di arresto di pochi mesi prima, i soldati del Regno hanno ormai pochi viveri e vestiario, in “una campagna senz’acqua, senza legna, in un paese dove non vi sono strade, né carri, né muli“. [Romain Rainero, L’anticolonialismo italiano da Assab ad Adua, Edizioni di Comunità, Milano 1971, nota 26, p. 326]

Nella notte tra il 29 febbraio e il 1° marzo l’esercito italiano, su indicazione del Capo del Governo Francesco Crispi, decide di attaccare le truppe indigene situate nella conca di Adua.

Quello che si muove verso Adua è un esercito stanco, come detto, e senza organizzazione, guidato da un generale, Oreste Baratieri, prossimo a essere sostituito dal generale Antonio Baldissera. 18.000 soldati circa tra italiani e ascari (i militari indigeni con bandiera italiana) si dividono in quattro brigate, sconnesse l’una dall’altra.

Sotto, il Generale Oreste Baratieri:

Dalla fazione opposta sono circa 100.000 i soldati/guerrieri del negus Menelik II che avanzano contro l’invasore, l’esercito italiano. Gli uomini di Baratieri si trovano in balìa degli avversari.

È una disfatta epocale: seppur con fucili più sofisticati di quelli in possesso dell’esercito abissino (che avanzava in sella a cavalli in gran parte armato di spade, baionette e pietre), gli italiani cadono uno dopo l’altro vinti dal numero maggiore delle truppe locali. Almeno in 5.000 di italiani muoiono, alcune altre migliaia vengono catturati e fatti prigionieri: numeri enormi per l’epoca.

Sole poche migliaia di soldati del Regno riescono a riparare verso i territori dell’Eritrea. Una catastrofe che appare, col senno di poi, annunciata.

Sotto, Alpini italiani alla battaglia di Adua:

Il Regno d’Italia è battuto. La notizia arriva nel nostro paese provocando grande disappunto e disordini, specie tra cattolici, repubblicani, democratici e socialisti, oppositori storici del colonialismo. Francesco Crispi, Presidente del Consiglio dei ministri, comunica ai ministri la necessità di sciogliere il governo. Il re Umberto I accetta le dimissioni.

Sotto, Il negus Menelik II alla battaglia di Adua:

Comincia dunque la partita per individuare i colpevoli e le ragioni della impronosticabile débâcle in terra abissina: vengono sospettati i governi di Francia e di Russia di aver aiutato l’esercito di Menelik II, altrimenti impreparato a fronteggiare un attacco del più organizzato esercito italiano; il capro espiatorio, invece, diventa il generale Baratieri che, conscio che quella sarebbe stata la sua ultima battaglia, aveva deciso di fiondarsi addosso alle compatte truppe locali sprezzante del numero largamente inferiore dei suoi uomini.

Sotto, la battaglia di Adua, 1896. Illustrazione d’epoca:

Dal canto proprio Baratieri, ritornato in Italia, sarà deferito dalla corte marziale e costretto a lasciare la carriera militare, si difenderà lanciando accuse di vigliaccheria al suo esercito: un comportamento molto simile a quello che nel 1917 avrà il generale Luigi Cadorna dopo la disfatta di Caporetto.

Come dice la rivista online Dailystorm, invece, erano i generali a essersela “data a gambe” dinanzi all’offensiva di Menelik II, mentre i poveri soldati, abbandonati al loro destino, avevano deciso di restare e “morir bene”, come su indicazione delle ultime parole del colonnello Giuseppe Galliano:

Signori, si dispongano con la loro gente e vediamo di morir bene

L’eroico colonello Galliano, caduto quel sanguinoso 1° marzo 1896, sarà il primo ufficiale fregiato di due Medaglie d’oro al valor militare. Il generale Baratieri, invece, verrà assolto da ogni accusa nel giugno 1896. Nell’autunno dello stesso anno la firma del trattato di Addis Abeba, regolerà i rapporti tra Regno d’Italia e impero d’Etiopia, con il governo italiano che si vedrà riconosciuto il potere sull’Eritrea a patto di non intromettersi nella politica dell’Impero etiope.

Due soldati italiani superstiti, che ritornarono nelle linee italiane dopo lunghe peripezie:

La battaglia dimenticata di Adua (volutamente rimossa dai vari governi italiani del Novecento), non è stata una battaglia come tante:

Adua non avrebbe rappresentato soltanto la fine delle nostre illusioni coloniali, ma anche l’unico caso in cui forze europee avrebbero conosciuto un così sanguinoso, umiliante rovescio militare in terra africana.” [Renzo De Felice, Breve storia del fascismo, Mondadori, pubblicato per Il Giornale, Milano 2000]

Sotto, la Cavalleria etiopica:

La bruciante umiliazione di Adua ha donato la piena conferma che l’Italia non era tagliata al ruolo di nazione colonizzatrice e pose fine di fatto alla guerra in Abissinia e alle velleità imperialistiche del Regno d’Italia – riesumate poi solo nel 1911 con la guerra di Libia e in seguito con l’avvento del Fascismo. Allo spirito di vendetta di quella umiliazione, infatti, avrebbe fatto leva la retorica di Mussolini durante le imprese coloniali del Ventennio e la Guerra d’Etiopia scoppiata nel 1935 che portarono alla creazione dell’Africa Orientale Italiana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".