Chissà a cosa pensava Ulisse Bezzi quando, poco più che ventenne, si dedicava ai primi approcci con la sua Rolleiflex 6/6 nelle ore di fuga dal lavoro nei campi. Chissà quale destino immaginava per le proprie fotografie, scattate nel corso di una continua ricerca di soggetti in grado di soddisfare quel “desiderio” che non sapeva esprimere a parole. Chissà se almeno una volta, durante le notti trascorse tra cucina e bagno a sviluppare decine e decine di scatti, sognò per le sue stampe una “gavetta” più breve di quella che oggi possiamo definire un’attesa di mezzo secolo prima di fare “il salto”. Il suo stupore nei confronti delle più recenti attenzioni, alla veneranda età di 90 anni, è specchio di un’umile devozione nei confronti dell’arte che lo ha accompagnato incondizionatamente per tutta la vita: la fotografia. Un’arte per la quale, come dice lui, ha corso dei rischi a prescindere dal sogno di farne qualcosa di più che un’attività amatoriale.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, se la proposta di una mostra a Ravenna si è tradotta nel suo volto in un rossore di velato imbarazzo. Si chiama “Il respiro del tempo. Le fotografie di Ulisse Bezzi” l’esposizione aperta dal 3 novembre al 7 gennaio che l’assessorato alle Politiche Giovanili ha deciso di dedicare all’anziano fotoamatore di San Pietro in Vincoli. La mostra, curata da Alessandra Mauro (direttrice editoriale di Contrasto) nella neonata galleria PR2-Palazzo Rasponi 2, ripercorre l’attività di Bezzi mostrando 30 fotografie e un autoritratto, testimonianze delle tematiche principali affrontate dagli scatti di una vita. Il paesaggio romagnolo in costante evoluzione, dai lidi alle colline, la trasformazione del territorio da rurale a urbano e industrializzato, punto di riflessione per molti fotografi e registi in quegli anni. Ci sono poi le piccole “messe in scena”, in cui compaiono ritratti di amici, bambini e conoscenti, realizzati con uno stile dalla forte componente estetica, segno delle influenze di amici pittori e fotografi, nonché di una ricerca instancabile e di uno sguardo inedito.

La storia di Ulisse è ormai nota e per certi versi segue la traccia di molti esponenti della fotografia amatoriale tipicamente italiana. Agricoltore per discendenza e necessità, inizia a fotografare nei ritagli di tempo, avvicinandosi presto ai circoli fotografici di Ravenna, Forlì e Bologna. Sono gli amici a spronarlo a partecipare ai primi concorsi, che ben presto iniziano a fruttare riconoscimenti e premi non solo lungo lo Stivale, ma in tutto il mondo. San Paolo, Hong Kong, Porto, giusto per citarne alcuni. Ne sono testimonianza i timbri impressi sul retro delle stampe originali ancora custodite dall’anziano, che raccontano una storia nella storia: quella cioè dei viaggi compiuti da queste opere, ma quasi mai affrontati dal fotografo. Dopo anni accade l’inaspettato. E’ la fine di settembre 2015 quando uno dei più importanti galleristi di New York, Keith De Lellis, si reca di persona nella casetta di campagna dove l’anziano vive con la moglie e avvia una trattativa. Al termine dell’incontro un corposo numero di opere prende la strada del collezionismo statunitense. Uno scatto, in particolare, viene esposto nella mostra che l’Olimpo newyorkese della fotografia (a un passo dal MET) dedica a Nino Migliori e al paesaggio dell’Italia del Dopoguerra.

Ed eccoci a oggi. A quello stupore un po’ naif di cui si parlava all’inizio, ma che non deve indurre nell’errore di considerare l’opera di Bezzi come frutto di un innato talento. Le stampe esposte raccontano una storia di caparbietà, capacità tecnica e dedizione. “Cultura”, come scrive Claudio Marra nel suo contributo inserito nel catalogo della mostra. A questa si sommano i segni delle inevitabili incursioni del tempo, visibili nelle stropicciature, negli angoli consumati, nei graffi sulla stampa, che donano alle immagini un respiro più ampio, mai mostrato prima. Merito di quella lunga “gavetta”, giunta ora alla meritata consacrazione.

Per maggiori informazioni sulla mostra questo il sito ufficiale in consultare orari e giorni di apertura.

Articolo realizzato a cura di Nadia Guidi

Condividi
Antonio Pinza
Quando avevo 3 anni volevo fare l’astronauta, oggi vicino al rintocco del trentacinquesimo anno di vita ho le idee molto meno chiare, ma d’altronde chi ha mai detto che bisogna avere un piano prestabilito e preciso? Nella vita ho “fatto” svariati lavori, praticato sport, viaggiato, letto e mangiato di tutto. Il fatto che la mia bussola turbini vertiginosamente su se stessa non fa di me una persona senza passioni, anzi al contrario divoro quanto più mi si presenti del mondo. Mentre continuo a perdermi nei meandri della mia esistenza scrivo su Vanilla Magazine.