Per secoli, un rapporto strettissimo di stima e affetto reciproci ha legato una categoria di uomini rudi e avvezzi a ogni pericolo, i marinai, a un piccolo animale domestico che oggi si tende ad associare alle fotografie sui social network e alla tranquilla vita familiare, il gatto. Questo legame nasceva dal fatto che le navi, tanto più quelle attrezzate per lunghi viaggi, sono sempre state infestate da un animale che, viceversa, l’uomo ha sempre considerato un grosso problema, il ratto.

Sotto, la Fregata Amethyst in pieno funzionamento:

I ratti salgono a bordo utilizzando come ponti le cime che ormeggiano le navi alle bitte del porto, si introducono nella cambusa e, oltre a mangiare i cibi lì stivati, li contaminano con i loro escrementi, diffondendo infezioni di ogni tipo. Inoltre, se vi sono malati o feriti a bordo, possono attaccarli e morderli, provocando lesioni che si infettano facilmente. Si può dunque capire perché i marinai siano tanto affezionati ai gatti, che sono sempre stati lo strumento più efficace e con meno problemi collaterali per combattere le infestazioni. Tanto più che i gatti hanno un metabolismo che permette loro di non ammalarsi di scorbuto, la sindrome dovuta a ipovitaminosi C, che per secoli è stata la principale causa di morte non accidentale sul mare.

Nella mentalità dei marinai, dunque, il piccolo amico a quattro zampe è sempre stato un prezioso alleato e anche un impagabile compagno di avventure. Una regola non scritta della marina di tutto il mondo è che una nave senza gatti a bordo è destinata a diventare una nave perseguitata dalla malasorte. Ma non sempre i capitani erano d’accordo, e a volte i marinai dovevano introdurre clandestinamente i gatti a bordo.

Uno di questi gatti “clandestini” era destinato a diventare il piccolo eroe di un singolare episodio bellico negli anni della Guerra Fredda. Si chiamava Simon ed era nato a Stonecutters, un’isola di Hong Kong, intorno al 1945. I gatti di Stonecutters, abituati a competere con i ratti dell’area portuale, sono molto apprezzati dai marinai e, nella primavera del 1948, il giovane marinaio inglese George Hickinbottom, dopo averlo incontrato per strada, lo portò a bordo della sua nave, la fregata Amethyst. Qui, la compagnia di Simon fu molto apprezzata da tutti, sia per il suo carattere affettuoso e giocherellone, sia per la sua straordinaria capacità di catturare e uccidere ratti. I due capitani che si succedettero al comando dell’unità, Ian Griffiths e Bernard Skinner, si affezionarono moltissimo a lui, specialmente il secondo.

Sotto, il capitano Griffiths:

I tempi erano quelli che erano, in un’area geografica soggetta a continue guerre civili e rivoluzioni, e presto arrivò anche per l’Amethyst il momento di entrare in azione. All’epoca, la Cina era contesa tra due fazioni, quella dei comunisti guidati da Mao Tze-tung e quella dei nazionalisti guidati da Chiang Kai-shek (alla fine, avrebbero vinto i comunisti, mentre i nazionalisti si sarebbero ritirati sull’isola di Taiwan). A Nanchino, sede di feroci combattimenti, il consolato inglese sembrava in grande pericolo e l’Ammiragliato aveva deciso di tenere una nave militare fissa sul fiume Yangtze per evacuare rapidamente tutto il personale se ce ne fosse stato bisogno.

Sotto, il capitano Skinner:

Nell’aprile del 1949, l’Amethyst salpò da Hong Kong per dare il cambio al cacciatorpediniere Consort, che lo aveva preceduto. Sembrava un viaggio relativamente sicuro, anche perché un trattato del 1858 permetteva agli inglesi di navigare tranquillamente nel grande fiume, di cui la riva Nord era in mano ai comunisti e la riva Sud in mano ai nazionalisti. Tuttavia, l’Amethyst arrivò nei pressi di Nanchino proprio al momento sbagliato, il 21 aprile, alla cessazione di una tregua transitoria tra le due parti, e finì sotto il fuoco delle batterie costiere dei comunisti, riportando gravi danni, con diversi morti e moltissimi feriti.

L’incidente verrà ricordato come quello del “Fiume Azzurro”

Tra i caduti c’era anche il capitano Skinner e tra i feriti c’era anche Simon: il capitano, per tenerlo al sicuro, lo aveva chiuso nella sua cabina, che era stata centrata da un colpo. Il gatto fu ritrovato durante lo sgombero delle macerie, più morto che vivo, ustionato, ferito e pieno di schegge. Il medico di bordo, dopo essersi occupato dei feriti, lo medicò alla meglio, ma era convinto che non avrebbe passato la notte.

Sotto, i danni alla Fregata Amethyst:

Il giorno dopo, il primo ufficiale Geoffrey Weston portò l’Amethyst al centro del fiume, fuori della portata delle batterie. Tuttavia, la fregata aveva subito danni tali da non poter ripartire. Il consolato si attivò in modo da far trasportare i feriti più gravi a terra e da lì, in treno, a Shangai, e spedì sulla nave un ufficiale incaricato di prendere il comando, il capitano John Kerans.

La Amethyst dopo l’attacco:

I tre mesi successivi furono durissimi per gli uomini rimasti sull’Amethyst

Kerans cercò di intavolare delle trattative con i comunisti, che intanto avevano lanciato un’offensiva e costretto i nazionalisti alla ritirata, ma la situazione si rivelò subito complicata. Il comandante delle batterie cinesi, maggiore Kung, pretendeva che gli inglesi ammettessero di aver sparato per primi, perché temeva un grave incidente diplomatico. Ma gli inglesi, anche se avevano risposto al fuoco, non avevano affatto sparato per primi. Poiché Kerans non si prestava al loro gioco, i cinesi tennero l’Amethyst bloccata lì in mezzo al fiume, con l’equipaggio segregato a bordo, pochissimi rifornimenti di cibo e nessuno di carburante.

Fu in questo periodo che il piccolo Simon mostrò tutto il suo valore. Inizialmente, ancora prima di riprendersi del tutto dalle ferite, difese i marinai ricoverati in infermeria dagli attacchi dei ratti, che cercavano di arrampicarsi sulle loro brande. Il medico registrò che la sola presenza del gatto in infermeria bastava a tranquillizzare tutti i feriti. Poi passò a difendere la cambusa. Portava a Kerans almeno un ratto morto al giorno e, poiché il comandante gli faceva sempre le feste per questo, a un certo punto, prese a farglieli trovare anche nella cuccetta. Nonostante il ribrezzo, Kerans si rendeva conto di quanto fosse necessario combattere i ratti e continuò a incoraggiarlo.

Con l’andare del tempo e la riduzione delle scorte alimentari, i ratti si inferocirono e a un certo punto attaccarono la cambusa in branco, guidati da un esemplare di enormi dimensioni che i marinai avevano ironicamente battezzato Mao Tze-tung: i ratti, infatti, sono animali sociali e si organizzano in strutture tribali. Simon, tuttavia, non si fece spaventare dai ratti che cercavano di circondarlo, si avventò contro Mao Tze-tung e lo sgozzò con una precisa zampata, tra l’esultanza dei marinai che assistettero alla scena. I ratti superstiti si dispersero e non tentarono più di attaccare la cambusa in gruppo.

A luglio, Kerans riuscì a ottenere dai cinesi una piccola fornitura di carburante necessaria a far andare avanti almeno le pompe e i ventilatori, visto che l’estate tropicale rendeva la nave torrida come un forno. Le riparazioni erano ormai terminate e l’ufficiale aveva in mente un piano per filarsela, visto che le mediazioni diplomatiche non sembrava portassero. Con gli argani nascosti da un telone scuro e le catene delle ancore avvolte in spesse coperte per non far rumore, la sera del 30 luglio, aspettò che il passaggio di una grossa nave mercantile nascondesse l’Amethyst alla vista della riva e partì a tutta velocità, sfuggendo ai colpi delle batterie. Nelle ore successive, forzò un canale poco difeso e poi attraversò un’area in mezzo a due forti pesantemente armati, dai quali però non sparò nessuno: evidentemente, anche i cinesi non ne potevano più di quella rogna e non vedevano l’ora di liberarsene. Nell’ultimo tratto di fiume e poi sul mare, l’Amethyst fu scortato da altre navi militari inglesi.

Durante il viaggio di ritorno in patria, Kerans scrisse a Maria Dickin, la fondatrice del PDSA, la più importante istituzione privata inglese di cura e ricovero degli animali. La signora Dickin, da qualche tempo, aveva inventato una decorazione al valore, la medaglia Dickin, che aveva ricevuto la benedizione del Re ed era stata conferita ad alcuni animali che si erano distinti per il loro eroismo in guerra: cani, cavalli e piccioni. Il fatto che non ne fosse ancora stato insignito nessun gatto, suonava offensivo alla mentalità dei marinai. La signora Dickin, appresa la storia di Simon, gli conferì la decorazione e diffuse anche dei comunicati stampa al riguardo, facendolo diventare in breve tempo il gatto più famoso del Regno Unito.

La cerimonia di premiazione era prevista per il 9 dicembre. Simon, eroico o meno, era soggetto come tutti gli animali alle leggi sulla quarantena e, dopo essere sbarcato il 1° novembre a Plymouth, fu separato dall’equipaggio della nave per essere trasferito in una tenuta del PDSA nel Surrey.

Qui, nonostante ricevesse tutte le migliori cure e ogni assistenza possibile, si ammalò di una infezione virale e morì improvvisamente nella notte tra il 28 e il 29 novembre. Sicuramente, la sua fine fu dovuta soprattutto alle conseguenze delle tante ferite riportate nell’esplosione della cabina o combattendo i ratti. La stessa esplosione potrebbe avergli provocato uno stress tale da danneggiargli il cuore. Anche il clima freddo e umido del Surrey non era certamente il massimo, per una bestiolina abituata al caldo tropicale di Stonecutters.

Simon ebbe un funerale militare cui parteciparono, oltre all’intero equipaggio dell’Amethyst, anche diverse autorità, e fu seppellito in un cimitero del PDSA a Ilford, nell’Essex, dove la sua tomba è ancora visibile e visitabile, al numero 281.

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Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l’Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un’antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate. Scrivo un blog “L’angolo giallo” e due pagine di cinema su Facebook “Eternamente sul grande schermo” e “Perle per porci”, e collaboro con diverse testate e siti italiani.