Durante la guerra di secessione americana, combattuta fra il 1861 e il 1865, le vittime e i feriti di guerra, di cui qui vediamo alcune fotografie, furono colpiti principalmente da altri statunitensi in battaglia. Durante quegli anni si verificarono anche numerosi casi di persone uccise dai nativi americani, che approfittarono del caos dovuto alla guerra civile per tentare di riconquistare un briciolo di libertà e ricchezze che i coloni europei gli avevano portato via, e chi gli avrebbero definitivamente strappato entro la fine del secolo.

I guerrieri indigeni avevano acquisito il rituale dell’asportazione dello scalpo, il cuoio capelluto del nemico morto, dai primi coloni bianchi. Togliere lo scalpo al nemico ucciso, o anche solo ferito, fu un rituale comune sin dall’antichità nelle popolazioni euro-asiatiche, e i nativi americani lo acquisirono velocemente a partire dal XVIII secolo. In seguito lo scalpo divenne un bene commerciabile, un po’ come i Mokomai Maori, che i coloni bianchi pagavano a buon prezzo. Si diffusero quindi in tutto il paese i “cacciatori di scalpi”, bianchi e nativi americani, che andavano a caccia del cuoio capelluto da asportare ai morti.

In questo contesto si inserisce la storia di Robert McGee, un ragazzo bianco che venne “scalpato” da vivo a 13 anni circa, il 18 Luglio del 1864, e sopravvisse miracolosamente. Robert era un orfano (i genitori erano morti pochi giorni prima) in viaggio con una carovana sulla via di Santa Fe verso il Nuovo Messico, quando il convoglio venne attaccato da una tribù di Brule Sioux. Guidati da “Piccola Tartaruga”, il capo guerriero, questi uccisero tutti i coloni a bordo, donne e bambini inclusi, e iniziarono il macabro rito della scalpatura.

Quando McGee venne portato di fronte a Piccola Tartaruga, il capo decise di ucciderlo. Gli sparò un proiettile nella schiena e lo colpì poi con l’ascia e due frecce, riducendolo in fin di vita, mentre altri indiani lo ferivano ripetutamente con lance e coltelli. Poi, tirò fuori il coltello e gli tagliò un porzione consistente del cuoio capelluto dalla testa, lasciando il giovane a terra a morire. Si dice che i guerrieri Sioux asportassero una quantità maggiore di pelle dal cranio rispetto alle altre tribù.

Durante tutto il tempo dello scotennamento, McGee rimase cosciente

Nonostante lo “scalpare” fosse una specie di condanna a morte per la vittima, si registrarono alcuni casi di persone sopravvissute al macabro rituale. La maggior parte dei superstiti morirono poi per le infezioni della pelle e a volte addirittura per l’osteonecrosi del cranio, esposto all’esterno, che sovente mostrava il cervello all’aria. La sorte di Robert fu più fortunata.

Alcuni soldati delle Giubbe Blu assistessero da lontano al massacro, senza tentare di fermare i 150 Guerrieri Nativi, che uccisero così 14 persone. Terminata la carneficina, i militari giunsero alla carovana, e si trovarono di fronte un macabro spettacolo. Robert venne descritto come un “cadavere vivente”, con ferite ovunque ed il cranio esposto all’aria, ma miracolosamente sopravvisse. I soldati portarono lui ed un altro sopravvissuto a Fort Larned. Robert, nonostante le due frecce, il proiettile e lo scalpo asportato, si riprese completamente, mentre l’altro ferito morì in seguito alle infezioni.

La fotografia delle immagini fu scattata 26 anni dopo, nel 1890 circa, quando McGee iniziò a racconta la sua storia ad una serie di giornali, diventando un piccolo fenomeno americano. Furono numerosi i chirurghi che tentarono di ripristinare il cuoio capelluto di McGee, senza successo. L’uomo divenne nel tempo una specie di “leggenda”, un’immagine usata durante le campagne di consenso per giustificare i massacri di nativi americani.

Nella storia della colonizzazione dell’America si registrò un altro sopravvissuto, Josiah Wilbarger, che venne scalpato dagli indiani Comanche. Egli raccontò il rito della scalpatura: “Mentre non riuscivo ad avvertire dolore, la rimozione del cuoio capelluto assomigliava ad un ruggito minaccioso o al tumulto dei tuoni lontani”.

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Matteo Rubboli
Appassionato di tecnologia, in particolar modo di fotografia e arti digitali, è blogger su Vanilla Magazine.