Sono trascorsi 152 anni da quando la schiavitù fu abolita negli Stati Uniti: il tredicesimo emendamento, che formalmente la vietava, fu approvato dal Congresso il 31 Gennaio 1865. Dichiara: “Né la schiavitù né servitù involontaria, se non come una punizione per un crimine per il quale il soggetto deve essere stato debitamente condannato, devono esistere all’interno degli Stati Uniti, o in qualsiasi luogo soggetto alla loro giurisdizione.”

I ritratti che seguono furono effettuati nel 1930, parte di un progetto chiamato “Federal Writers’ Project (FWP)”, organizzato dalla Work Progress Administration (WPA): 500 fotografie e la narrazione di più di 2.000 storie personali raccontano la vita di persone che erano state tenute in schiavitù. Tutte le immagini sono tratte dalla Library of Congress.

fotografie-di-ex-schiavi-02Il progetto fu organizzato durante gli anni della Grande Depressione, per dare lavoro a scrittori disoccupati, che avevano il compito di raccogliere, in tutto il territorio degli Stati Uniti, storie di vita vera. Questa parte del progetto, relativa agli afro-americani, fu pubblicata nel 1941 con il titolo “Born in Slavery: Slave Narratives from the Federal Writers’ Project, 1936 to 1938.”

Sul sito del Congresso degli Stati Uniti si trovano le fotografie e le storie dettagliate divise per zone geografiche.

fotografie-di-ex-schiavi-03La raccolta completa si compone di più di 10.000 pagine dattiloscritte, a fronte di più di 2.000 interviste, suddivise, nella pubblicazione, su una base geografica. All’inizio di ogni intervista, lo scrittore fa una piccola introduzione, cui segue una breve autobiografia. Le storie individuali di queste persone sono spesso strazianti, e fanno comprendere come fosse la vita all’epoca della schiavitù.

fotografie-di-ex-schiavi-04La raccolta di foto, patrimonio del governo federale degli Stati Uniti, è di dominio pubblico, mentre brani tratti dalle interviste sono stati pubblicati da vari editori. Nel capitolo che riguarda il Texas, si trova la storia personale di una donna di nome Ellen Butler, che nacque in schiavitù, nei pressi di Whiska Chitto, nella parte settentrionale di Calcasieu Parish, in Louisiana. Ellen aveva, al momento dell’intervista, circa 78 anni e viveva a Beaumont, in Texas.

fotografie-di-ex-schiavi-01“Il mio vecchio padrone si chiamava Richmond Butler, e aveva una grande piantagione che comprendeva tutta Whiska Chitto, in Louisiana, che è il luogo dove sono nata. Si usava chiamare quel luogo Bagdad. Io sono stata sua schiava fino ai sei anni, poi arrivò la libertà.

“Io non ricordo il mio papà, ma la mia mamma si chiamava Dicey Ann Butler. Ho sette sorelle e tre fratelli: WS Anderson, Charlie e Willie, e le ragazze sono Laura e Rosa e Rachel e Fannie e Adeline e Sottie e Nora.

“Vivevamo in una casa di legno con una sola stanza. Il pavimento era sporco e la casa era fatta proprio come si usava fare una casa per gli schiavi. C’era una piccola finestra sul retro. Quando ero piccola ero molto esile, ma poi sono cresciuta fino a essere più robusta.

“La piantagione era un posto grande, dove c’erano circa 200 negri. Quando sono stata abbastanza grande, ho cominciato a portare l’acqua ai campi, utilizzando delle zucche, tagliate apposta, in modo che nella parte superiore rimanesse una maniglia.

“Il padrone non ha mai permesso a noi schiavi di andare in chiesa, ma c’erano grandi buchi nei campi, dove ci inginocchiavamo a pregare. Si faceva così perché i bianchi non volevano gli schiavi a pregare con loro. Così (gli schiavi) pregavano per la libertà.

“Il vecchio padrone non dava tanto da mangiare. Quando (gli schiavi) finivano di lavorare nella piantagione, andavano a lavorare per altre persone, per qualcosa da mangiare.

“(Gli schiavi) Avevano giusto un vecchio tavolaccio per dormire, senza materasso. In inverno dovevano tenere il fuoco acceso per tutta la notte, per evitare di congelarsi. Mettevano una coperta vecchia sul pavimento per i piccoli. C’era un piccolo trogolo dove noi eravamo abituati a mangiare, fuori, con una piccola paletta di legno. Noi non sapevamo niente circa coltelli o forchette.

“Non ho mai avuto molto da mangiare. Mia sorella era la cuoca e, qualche volta, quando i bianchi uscivano, salivamo alla grande casa e ci dava qualcosa. Poi ci faceva lavare la bocca, dopo che noi avevamo finito di mangiare, in modo che non vi rimanessero briciole.

“Il padrone aveva l’abitudine di picchiarli sempre. Mio fratello dice che il vecchio padrone a volte si arrabbiava se venivano dei negri a chiedere qualcosa da mangiare.
“Una volta mio fratello è sgattaiolato via dalla piantagione e (il padrone) lo ha picchiato quasi a morte.

“La maggior parte dei vestiti ci arrivava dagli Iles, che erano gente ricca che viveva nelle vicinanze. Essi vivevano a DeRidder, in Louisiana, ho sentito dire. Trattavano gli schiavi come i bianchi.

“Per Natale ci davano un pasto. Io mi ricordo questo. Non ricordo altre feste.

“Quando ci ammalavamo, andavamo nel bosco e con le erbe e radici si facevano infusi e medicine.

“Un giorno, mia madre ci disse che eravamo liberi e che ce ne potevamo andare, abbiamo camminato fino a Sugartown, a circa 8 miglia di distanza. Ricordo che mio fratello ha attraversato uno stagno tenendomi in braccio.”

Sotto, alcune delle fotografie degli ultimi schiavi d’America:

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Gli ultimi Schiavi d’America#5:

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Gli ultimi Schiavi d’America#6:

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Gli ultimi Schiavi d’America#9:

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Un capitolo non molto approfondito della schiavitù Americana è quello dell’Allevamento degli Schiavi, con uomini e donne afroamericani che venivano costretti ad accoppiarsi, volenti o nolenti, con altri schiavi, con i padroni o con gli “schiavi da monta”, uomini considerati vigorosi dai quali ottenere altri schiavi vigorosi. La pratica si rese conveniente a causa dell’interruzione, all’inizio dell’800, dell’afflusso degli schiavi da parte dell’Africa. Alcune delle persone ritratte in queste fotografie furono frutto delle pratiche da “allevamento” descritte sopra.

Sotto, manifesto per l’abolizione della schiavitù della fine del XVIII Secolo in Inghilterra: “Non sono forse una Donna e una Sorella?”

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Annalisa Lo Monaco

Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!