Burrnescha: questo il nome attribuito alle donne che decidevano di vestire i panni di un uomo, rinunciando così definitivamente alla propria identità di genere per sposare quella maschile. Accadeva soprattutto in Kosovo e fra le aspre montagne dell’Albania settentrionale, ed è accaduto per almeno cinquecento anni, come testimonia il Kanun – atavico codice di comportamento albanese, tramandato per lo più oralmente – in cui compaiono tracce di questa antica usanza ormai in estinzione.

Sotto, Diana Rakipi, 57 anni, burrnesha da quando ne aveva 17, mostra com’era prima della scelta, avvenuta, dichiara, “per poter essere libera”.

Fotografia sotto, fonte: The Guardian – Fonte immagine di copertina: DailyMail

Perché si diventava Burnnesh

Ma cosa spingeva queste donne ad una decisione così drastica e incontrovertibile? L’antropologa Antonia Joung spiega nel suo libro “Women who become men: Albanian sworn virgins” che all’origine della scelta esistevano almeno tre ordini di fattori.

Il primo era legato ad una necessità. Se in una famiglia nascevano solo figlie femmine, era una maledizione. Una di queste doveva assolutamente farsi carico del nucleo familiare, laddove il padre non fosse più stato in grado di provvedere o fosse venuto a mancare. Per farlo, però, doveva rinnegare la propria natura di donna, e iniziare ad acquisirne una maschile.

Sotto: Una Vergine giurata a Rapsha in Albania all’inizio del XX secolo.

Fonte immagine: Wikipedia

La seconda ragione era spesso per fuggire ad un matrimonio combinato. Le ragazze che si rifiutavano di trascorrere il resto della propria vita accanto ad un uomo che non desideravano, costrette a subirne l’autorità cieca, o che volevano semplicemente sentirsi libere dal dominio maschile, accettavano di pagare il caro prezzo di quella scelta tagliando i capelli, indossando abiti maschili, e imparando a vivere da uomini.

Il terzo motivo, invece, ha radici più recenti. Quando una ragazza non voleva sposarsi affatto, oppure non riconosceva la propria identità sessuale di donna, poteva scegliere di diventare burrnesh.

Pashe Keqi, 81 anni, burrnesh. Il termine deriva da “burr – uomo”, declinato al femminile.
Keqi spiega: “Essere una donna mi ha permesso di essere un uomo migliore.
Se gli altri uomini trattavano male una donna, potevo dire loro di fermarsi.”

Fonte immagine: New York Times

Vergine Giurata: il Voto Solenne

Scegliendo di diventare burrnesh si faceva un vero e proprio voto di castità, che non consentiva l’abiura, a cui comunque queste donne mai sarebbero venute meno, considerando la solennità con la quale erano sentiti e vissuti l’onore e la parola data all’interno della società albanese dell’epoca. Ecco che questo voto conduceva le burrnesha ad acquisire il nuovo status attraverso un rito di passaggio: taglio dei capelli, abiti maschili e fucile a spalla, pronte a fare giuramento dinanzi ai dodici capi dei clan di zona, per abbandonarsi poi con loro ad una delirante sbronza a base di grappa, dopo la quale nulla sarebbe più stato come prima.

Un posto in Società

Il giorno seguente il giuramento, le burrnesha avevano conquistato il proprio posto in una società marcatamente patriarcale, in cui il genere femminile era “solo un oltre, fatto per portare peso”, come scritto nel Kanun (il codice consuetudinario albanese), del tutto negato e privo di autonomia, potere decisionale, valore. Con due sole funzioni riconosciute: quella riproduttiva e di comandante delle faccende domestiche.

Nel passaggio da donna a burrnesch, invece, si guadagnava rispetto, stima e considerazione da parte dell’universo maschile. La donna conquistava la parità, seppur sotto mentite spoglie, veniva inclusa in tutte le attività sociali, poteva fumare, frequentare i bar, avere voce in capitolo nelle decisioni all’interno del suo clan, e, quando rimaneva il solo uomo di casa, diventare capofamiglia assoluto e incontrastato.

Sotto, Qamile Stema vive a Barganesh, in Albania. e rimprovera i parenti perché non la vanno a trovare.

Fonte Immagine: NYT

Cosa resta oggi delle Burrnesha

Oggi, in tutta l’Albania, le burrnesha rimaste sono circa duecento, perlopiù persone anziane. Un fenomeno in estinzione, anche per la notevolmente ridotta influenza del Kanun, tuttavia ancora incastonato fra i più sperduti villaggi del profondo nord dell’Albania, confinanti col Kosovo, dove continua a regolare le sanguinose faide familiari.

L’esistenza di queste donne è stata documentata di recente dai reportage fotografici di Paola Favoino e dalla giornalista e scrittrice albanese Elvira Dones, che ne ha parlato nel libro “Hana”, divenuto lungometraggio dal titolo “Vergine giurata”, di Laura Bispuri, di cui sotto trovate il trailer. Alba Rohrwaker interpreta Hana in “Vergine giurata”, una burrnesh che, lasciata l’Albania per raggiungere la sorella in Italia, attraverso un percorso difficile e doloroso, riscopre a poco a poco la propria natura femminile.

Per non dimenticarle

Custodire la memoria degli ultimi retaggi del passato tribale che ha investito l’area balcanica, è fondamentale per rendere onore al sacrificio di tutte quelle donne che, loro malgrado, hanno scelto di votarsi al martirio di un’intera esistenza trascorsa rinnegando la propria femminilità e sessualità, nel nome del padre. Accettando con coraggio di rimanere sospese nel drammatico limbo di due sessi, di non essere, in fondo, né uomini, né donne. Sopportando di vivere un’altra non esattamente definita identità, mortificando così corpo e anima, pur di garantire la sopravvivenza del nucleo famigliare e di salvaguardarne l’equilibrio interno rispetto alla società di cui facevano parte.

Poi, per esaltare l’atto eroico, carico di valenza simbolica, di sovversione rispetto a un’autorità, a un dominio e ad una barbarie maschile, con il quale intravedere i segni di un’emancipazione altrimenti in alcun modo possibile, di una rivoluzione di genere, sui generis. Uniamoci, allora, al saluto che ancor oggi le donne in Albania si rivolgono l’un l’altra per farsi coraggio: “A Je Burrnesh”! che significa: “Conosco la tua sofferenza, conosco le difficoltà con cui devi vivere e ti sono vicina”.

Sotto, il trailer di Vergine Giurata:

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Cecilia Puca
Non possiedo memoria di un tempo in cui lei non ci sia stata. Alleata, custode di pensieri e segreti, fonte continua di ispirazione... Per me la scrittura rappresenta da sempre una compagna sospesa a mezz'aria fra terra ed etere, grazie alla quale ho imparato a radicare, tanto quanto a volare, osservando con una lente preziosa tutte quelle parti di me di cui non avrei conosciuto l'esistenza, se non ci fosse stata lei a presentarmele. Sociologa di professione e ricercatrice per vocazione, sono da sempre affamata di storie, che amo ascoltare, vivere, immaginare. Raccontare... Così, scrivo perché non potrebbe essere altrimenti. Perché quello è l'unico luogo dove Io Sono. Ma posso anche non essere, essere qualcos'altro ed essere di nuovo e costantemente. Qui, ora, ieri e domani, in una sorta di linea eterna. Amo dare voce, forma e colore a storie che emozionano, curano, insegnano e tra queste ho edificato una stanza speciale per tutte quelle che hanno per protagoniste le donne. Entusiasta, vibrante e positiva, mi piace pensare che la mia missione sia accarezzare il mondo con le parole.