Tra i numerosi tentativi di arrivare al Polo Nord, compiuti nel 19° secolo, c’è anche quello poco conosciuto di uno scienziato svedese, forse più incosciente che coraggioso, che conobbe un tragico epilogo.

Salomon August Andrée e la partenza dei tre esploratori da Stoccolma

Qualsiasi spedizione tra i ghiacci dell’Artide era da considerarsi oltremodo pericolosa, ma l’idea di sorvolare il Polo Nord a bordo di un pallone aerostatico era quantomeno folle. Eppure, nel 1897 tre uomini decisero di cimentarsi in questa impresa. Solo dopo trentatré anni furono trovati i loro resti, fra i ghiacci dove avevano posto il loro ultimo accampamento. Cinque rotoli di pellicola testimoniano le peripezie della loro tragica avventura.

Le pellicole fotografiche della spedizione di SA Andrée

Salomon August Andrée era un ingegnere, fisico e aeronauta svedese. Durante un viaggio negli Stati Uniti incontrò un esperto nel volo in mongolfiera, John Wise, che fece nascere in lui la passione per gli aerostati, tanto che nel 1893 comprò un proprio pallone, con il quale effettuò numerosi viaggi, sorvolando la Svezia e il Mar Baltico.

La macchina fotografica usata nella spedizione polare

In quegli anni di fine secolo, la Svezia pativa il fatto di non aver partecipato, a differenza dei vicini norvegesi, all’esplorazione dell’Artide. Il carismatico Andrée approfittò di questo senso di inferiorità per proporre una missione con un pallone esplorativo artico, che avrebbe dovuto sorvolare il Polo Nord, partendo dalle isole Svalbard, per atterrare in Russia o in Canada. La proposta suscitò un enorme interesse ed ebbe l’appoggio della monarchia svedese e del fondatore del premio Nobel, Alfred Nobel.

La base di partenza della mongolfiera

L’11 luglio 1897, Salomon August Andrée, Nils Strindberg e Knut Frænkel cominciarono la loro avventura sul pallone ad idrogeno, fabbricato a Parigi, che non era mai stato testato prima.

La costruzione del pallone a Parigi

Il costruttore francese aveva assicurato che l’aerostato avrebbe sopportato le temperature proibitive dell’Artico, e Andrée era convinto di poter governare il mezzo grazie ad una sua invenzione, le corde di trascinamento, che dovevano servire a direzionale il pallone.

Da sinistra: Nils Strindberg, Knut Frænkel, SA Andrée

L’aerostato partì dall’isola di Danskøya, in territorio norvegese, dove era stato allestito l’hangar in cui il pallone, battezzato Örnen (Aquila), fu gonfiato.

Non appena furono tagliate le funi, iniziarono i problemi: il pallone, che volava a pelo d’acqua, perse quasi immediatamente parte delle funi di trascinamento, mentre l’equipaggio gettava della zavorra in acqua, per consentire all’aerostato di prendere quota.

L’improvvisa ascesa fece perdere idrogeno velocemente, tanto che il rischio di schiantarsi divenne quasi una certezza.

A questo punto Andrée, ingegnere, fisico ed esperto aeronauta, avrebbe dovuto comprendere che la missione era fallita in partenza. Decise invece di proseguire, probabilmente per non deludere un’intera nazione che aveva creduto in lui: l’orgoglio fu più forte del buonsenso.

Lo schianto

L’Örnen, non più governabile, andò alla deriva per circa 50 ore, poi si schiantò: incredibilmente i tre uomini sopravvissero, e tutta l’attrezzatura che avevano a bordo non fu danneggiata, nemmeno la delicata macchina fotografica che Strindberg aveva portato per mappare dall’alto l’Artide. Il fotografo la usò invece per documentare il loro calvario sul ghiaccio, durato circa tre mesi, scattando 200 foto.

Il primo accampamento

Per due mesi i tre esploratori sopravvissero grazie all’equipaggiamento di bordo, che comprendeva una tenda, slitte, fucili, racchette da neve, sci, una barca, e abbondanti scorte alimentari.

Dopo una settimana dallo schianto, servita per scegliere il necessario per la marcia, i tre iniziarono il lungo percorso verso uno dei due depositi precedentemente allestiti per la loro salvezza.

Ognuno di loro scrisse un diario, dove venivano registrati i loro spostamenti e anche le considerazioni personali, preziose testimonianze che furono recuperate soltanto nel 1930.

Nonostante l’abbigliamento inadatto, la scarsa esperienza da “esploratori”, e la mancanza di un adeguato allenamento fisico, i tre dispersi riuscirono a percorrere un lungo cammino, cacciando foche, trichechi e orsi polari, viaggiando sempre verso sud.

Non riuscirono mai ad arrivare a nessuno dei due depositi di cibo, ma raggiunsero una piccola isola ghiacciata chiamata Kvitøya.

La linea rossa tratteggiata, nella mappa in basso, indica il percorso fatto dai tre esploratori.

Dalle ultime pagine del diario di Andrée si apprende che uno dei tre morì poco dopo l’arrivo sull’isola, mentre gli altri due si arresero al freddo intenso dopo qualche giorno, morendo congelati nella loro tenda.

Nel frattempo, in Svezia nessuno aveva idea di cosa fosse successo ai tre esploratori. La loro sorte rimase avvolta nel mistero per trent’anni, dando adito anche ad illazioni vergognose sui popoli indigeni, accusati di aver ucciso, o perlomeno di non aver aiutato, i tre uomini. Fino al 1930, quando gli equipaggi di due navi norvegesi trovarono i resti della spedizione: una barca congelata sotto la neve, un giornale e due scheletri, quelli di Andrée e Strindberg. Una successiva spedizione trovò il corpo di Frænkel e una scatola di stagno con le pellicole fotografiche. I resti degli sfortunati esploratori furono mandati in Svezia, dove furono sepolti con grandi onori.

I resti dei tre esploratori portati a Stoccolma

Salamon Andrée ebbe sicuramente la colpa di non voler rinunciare ad una missione fallita già in partenza, pur di non affrontare uno smacco al proprio orgoglio. Il viaggio di esplorazione polare in mongolfiera può sembrare uscito da un libro di Giulio Verne, invece è la tragica storia di un sogno impossibile, costato la vita a tre persone.

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Annalisa Lo Monaco

Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!