Lungi dal rappresentare una disamina completa di quello che fu uno dei metodi repressivi privilegiati dalle autorità comuniste, questo post vuole semmai proporre un argomento tra i meno conosciuti in occidente: il confino sovietico e il suo rapporto con i Gulag, il termine con cui vennero identificati comunemente i campi di lavoro forzato, proveniente dal nome del ramo della polizia politica dell’URSS che li costituì.

Se il confino fu ampiamente usato insieme alla reclusione nei campi di lavoro forzato, la sua storia inizia molto prima: come riportato da Aleksandr Isaevič Solženicyn in “Arcipelago Gulag”, in Russia l’uso del confino venne ufficializzato già nel 1648 da Aleksej Michajlovič (successore di Pietro I) con il Codice del Sober, mentre nei decenni successivi furono aggiunti la galera e i lavori forzati. Il miglioramento delle condizioni dei prigionieri risale alla fine dell’800, come esemplificato da George Riley Scott che nel suo “Storia delle punizioni corporali”, dove spiega come ad un detenuto fossero stati messi a nudo i reni a forza di frustate. Nonostante tutto, l’impero russo, già molto prima della sua fine, seppe essere clemente, prevedendo misure a sostegno dei deportati, come una paga giornaliera che permetteva loro di potersi mantenere agevolmente.  I benpensanti, probabilmente, sperarono che dopo la Rivoluzione d’Ottobre le cose potessero migliorare, ma non fu così: di fatto il confino non solo non venne abrogato, ma le pene vennero inasprite.

Il 16 ottobre del 1922, presso la NKVD, venne istituita una commissione permanente per la deportazione di “persone socialmente pericolose ed esponenti di partiti antisovietici”, cioè tutti coloro che non erano iscritti al partito bolscevico o gli erano politicamente ostili. La NKVD era la polizia segreta, istituita nel 1917, e il cui nome mutò prima in Čeka nel 1922, poi in GPU fino al 1934, e infine nel più famoso KGB a partire dal 1954: la sede rimase, sino alla sua abrogazione il 6 novembre del 1991, il palazzo della Lubjanka a Mosca.

Il meccanismo della repressione politica iniziò a perfezionarsi, e non mancarono altri episodi significativi: nel 1928 il Congresso Panrusso dei lavoratori amministrativi chiese “l’organizzazione delle deportazioni sotto forma di colonie in località lontane e isolate, come pure l’introduzione di un sistema di condanne indeterminate”.

Anche l’Urss istituì una paga per i deportati, ma la differenza con il periodo zarista consisteva nella somma: i sei rubli mensili bastavano a malapena per comprare un chilogrammo di pane di segale. Tuttavia non mancarono differenze di trattamento: ai trockisti venivano forniti trenta rubli, denaro sufficiente a prendere in affitto una piccola stanza (dieci rubli al mese) e riuscire a mangiare quotidianamente.

Se tutto ciò non bastasse, la situazione si aggravò in seguito alla crisi economica del ’29: per i condannati al confino (anche quello più “leggero”) divenne impossibile trovare lavoro, con tutte le tragiche conseguenze immaginabili.

Chi poteva finire nelle maglie della polizia segreta ed esser condannato al confino?

In teoria chiunque fosse ritenuto ostile dalle autorità sovietiche, ma alcune “categorie” finirono per essere le prescelte: i kulaki in primis (contadini agiati che usavano il sistema della mezzadria). Essi erano già presenti durante il periodo zarista ma, a partire dal 1924, subirono la deportazione in quanto ostacolo alla collettivizzazione delle terre.

A partire dal ‘29 vennero creati veri e propri elenchi di deportati, e nel 1930 il Comitato esecutivo centrale e il Soviet dei Commissari del popolo dettero validità giuridica alla volontà politica del partito: le deportazioni di Kulaki divennero ufficiali. Anche se nelle proprie opere Stalin ebbe a dire: “Non è mai accaduto né potrebbe darsi il caso che in URSS qualcuno possa diventare oggetto di persecuzione a causa della sua origine etnica”, intere etnie fecero le spese della politica sovietica, a partire degli Ucraini o dei meno noti Coreani nel 1937 (deportati in Kazakhistan) o degli Estoni e dei Finlandesi, che nel 1940 furono costretti a trasferirsi in Carelia (appena conquistata dall’Armata rossa) e privati dei documenti.

Nelle isole Solovki (sede di uno dei più famosi gulag) al 1° ottobre 1927 la composizione nazionale dei detenuti (in totale 12.896) era:

  • Russi 9364
  • Ebrei 739
  • Bielorussi 502
  • Polacchi 353
  • Ucraini 229
  • Azeri 198
  • Tatari 184
  • Georgiani 184
  • Estoni 113
  • Armeni 103
  • Lettoni 91
  • Circassi 89
  • Tedeschi 65
  • Italiani 2

Altri episodi minori, ma che rendono bene l’idea del regime di terrore vigente in quegli anni, sono quelli legati alla regione del Kuban nel ’32 (dove terminata la trebbiatura i contadini vennero lasciati morire di fame esattamente come accaduto nella vicina Ucraina) o i generalizzati atteggiamenti dei capi dei Kolchoz (cooperative agrarie sovietiche) che estorcevano denaro ai lavoratori indipendenti minacciando la denuncia alle autorità sovietiche (e quindi la deportazione).

A partire dal 1948 il confino divenne la sede “naturale” di coloro che venivano liberati dai gulag ma, ad essi, si univano anche gli appartenenti a una nazionalità considerata criminale (ceceni, balkari, calmucchi, curdi, tatari di Crimea tanto per dirne alcuni) e coloro che provenivano da un ambiente criminale (come Leningrado, ritenuta città sovversiva).

E’ importante ricordare quali fossero i reati per i quali si poteva finire in un gulag e, conseguentemente, al confino: l’articolo 58 del Codice penale delle Repubbliche socialiste sovietiche, introdotto il 25 febbraio del 1927, prevedeva nei suoi commi la punizione con il lager per i reati di tradimento; cospirazione contro il governo; l’aiuto alla borghesia internazionale; spionaggio; atti terroristici; propaganda sovversiva o agitazione; attività controrivoluzionarie; lotta contro i movimenti rivoluzionari; sabotaggio controrivoluzionario (introdotto nel 1937).

Le pene previste erano quasi sempre di tre anni, a parte il tradimento per il quale era prevista la pena di dieci anni. Come più volte specificato da Solženicyn nella sua opera, l’arbitrio lasciato al giudice era tale che la condanna poteva essere reiterata, consistere fin dal principio nella decina o, ancor peggio, aumentare fino al “quartino” (venticinque anni). I fortunati che riuscirono a sopravvivere alle vessazioni, alle torture, alla fame e alle malattie, poterono tramandare i nomi delle località scelte dal regime sovietico: la Kolyma (come ricordato da Šalamon in Lettere da Kolyma) oppure le isole Solovki o la Miniera di Butugycheg.

Sarebbe utile a questo punto citare qualche cifra ma purtroppo soltanto alcune sono conosciute: sappiamo a esempio che nel 1950, anno “record”, il numero dei deportati fu di due milioni e cinquecento mila circa (2.525.146) e i detenuti nei gulag due milioni e cinquecento e sessantuno mila (2.561.351). Tuttavia non conosciamo il numero preciso delle vittime di questo sistema detentivo: gli storici Stéphane Courtois e Nicolas Werth ipotizzano una cifra prossima ai venti milioni, ma nessuno potrà essere certo del numero esatto dei morti.

Sotto, la mappa dei Gulag in Russia:

Si ringrazia per la consulenza lo storico Roberto Cocchis. Supervisione editoriale di Matteo Rubboli.

Bibliografia:

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Nicola Bensi
Nicola Bensi è nato a Siena nel 1975, è laureato in Archeologia medievale presso l’Università degli Studi di Siena, è appassionato di archeologia, (come ovvio), storia e architettura novecentesca. Scrittore amatoriale di romanzi, l’ultima pubblicazione è "Eleutheria" su Youcanprint