La piazza antistante la stazione ferroviaria di Liverpool Street, a Londra, è abbellita da un singolare monumento in bronzo dello scultore Frank Meisler, raffigurante cinque bambini in abiti degli anni Trenta, con delle valige antiquate. Il gruppo di piccoli sembra guardarsi attorno con aria smarrita, l’aria di un viaggiatore appena giunto a destinazione alla ricerca di qualcuno ad attenderlo…in attesa di chi? Ed a cosa si deve la scelta di un soggetto particolare al punto di sembrare un memoriale, per una piazza così importante, che è uno dei biglietti da visita della città?

Sotto, il monumento della stazione di Liverpool Street:

La risposta risiede in una parola tedesca che diede il nome ad una delle più coraggiose e meritorie azioni di quegli anni tragici: Kindertransport, ovvero, il “ trasporto dei bimbi”. Talvolta una semplice parola può racchiudere la storia di molte vite, in questo caso quella di circa 10.000 giovani vite di bambini ebrei (ma non soltanto) che negli anni oscuri del Nazismo, tra il 1938 ed il 1940, furono trasportati temporaneamente in Gran Bretagna, per sfuggire alle persecuzioni che si accanivano sulle comunità ebraiche in Austria, in Germania, in Cecoslovacchia ed a Danzica dopo la Notte dei Cristalli.

Spinta dalla stampa e dall’opinione pubblica che solidarizzava con le vittime delle violenze naziste, la Camera dei Comuni, nel novembre del 1938, decise di approvare la rimozione delle restrizioni sull’emigrazione nei confronti dei paesi dai quali dovevano provenire i bambini e gli adolescenti rifugiati. Venne fatto anche un tentativo, da parte della politica britannica, per consentire ad altri bambini di essere accolti dagli Stati Uniti. Negli USA stavano arrivando già circa 100 bambini l’anno, un numero ridottissimo, durante il programma OTC (One Thousand Children). Nel 1938 i senatori Robert F. Wagner ed Edith Rogers proposero di ammettere 20.000 bambini sotto i 14 anni senza visto, ma la proposta fu bloccata dal Senatore Robert Rice Reynolds, fervente nazionalista antisemita, con il risultato che gli USA rifiutarono l’accoglienza, come nel caso dei 936 profughi della St. Louis del 1939.

Alcuni bambini in partenza:

Curiosamente, le autorità naziste non si opposero al programma, ma fissarono delle condizioni ben precise: i bambini non potevano essere accompagnati dai genitori, ma solo da alcuni adulti responsabili della loro consegna agli inglesi, e potevano trasportare con sé solo una valigia, un bagaglio a mano e 10 marchi (50 sterline dovevano essere invece versate dalle famiglie in anticipo come garanzia del rientro nel paese d’origine).

In alcuni casi i piccini e gli adolescenti (fino ai 17 anni) che partivano, non avevano più una famiglia che potesse occuparsi di loro, perché internata nei campi di concentramento. Le organizzazioni ebraiche che si occuparono della selezione dei futuri rifugiati, diedero la preferenza agli orfani, ma non mancarono bambini sia non ebrei, che provenienti da tutte le altre classi sociali, in fuga dai venti di guerra che imperversavano in Europa.

Il lungo viaggio verso il paese d’oltremanica si snodava attraverso tre tappe, la prima presso Rotterdam, da dove ci si imbarcava per l’Inghilterra fino ad Harwich, una cittadina nell’Essex, ed infine in treno, fino alla stazione di Liverpool Street a Londra, dove avrebbe avuto luogo l’incontro con le famiglie assegnatarie, o da dove ci sarebbe stato il dirottamento ad un primo centro di accoglienza a Dovercourt Bay, prima della destinazione finale.

Quello dei rifugiati non era un viaggio facile e la traversata del grigio Mare del Nord, sferzato dai venti invernali, era a volte paurosa per i tanti che non avevano mai visto il mare prima di allora. Eppure erano numerosissimi i bambini che arrivavano, fino a trecento a settimana, tutti disorientati e spauriti, accomunati dalla stessa speranza per un futuro migliore, inviati, come pacchi postali, da un’ Europa martoriata dalla follia nazista in un paese di cui non parlavano la lingua.

Erano bambini e adolescenti, che si erano lasciati alle spalle tutto, costretti alla separazione forzata dalle loro famiglie e dalla loro terra di origine. Se poterono restare in contatto con i loro cari sino al settembre 1939, dopo lo scoppio della guerra gli unici, sporadici contatti furono quelli garantiti dalla Croce Rossa Internazionale.

L’integrazione non fu sempre facile e talvolta, in casi estremi, i bambini furono spostati in altre famiglie disposte ad accoglierli, oppure furono dislocati, per motivi di sicurezza, nelle campagne dell’Inghilterra del Nord, dopo che iniziarono i bombardamenti sulla Gran Bretagna.

Sotto, il monumento alla stazione di Vienna:

Nel 1940 circa 1000 rifugiati furono internati nei campi di internamento nell’Isola di Man, in Canada ed in Australia, come “enemy aliens”, e cioè come “ stranieri nemici”, tuttavia, a dispetto di questa vergognosa discriminazione, alcuni ragazzi riuscirono comunque ad arruolarsi nell’esercito britannico e furono impiegati in azioni di guerra, mentre alcune ragazze riuscirono a prestare servizio come personale parasanitario.

Alla fine del conflitto la maggior parte dei bambini rifugiati rientrò nei paesi di origine, anche se furono comunque in tanti a restare nel Regno Unito, acquisendo la cittadinanza britannica. Altri decisero di rifarsi una vita in Israele, negli Stati Uniti, in Canada o in Australia.

Da questa vicenda, fatta di tragedia e di speranza, nel 2000 è stato tratto un documentario diretto da Mark Jonathan Harris, vincitore dell’Oscar al miglior documentario, dal titolo “La fuga degli angeli – Storie del Kindertransport “(Into the Arms of Strangers: Stories of the Kindertransport), di cui sotto vedete il trailer in inglese:

Il 6 maggio del 2013 i sopravvissuti furono ospitati per un evento commemorativo a St James’s Palace, ospiti del principe Carlo d’Inghilterra. In quell’occasione la settantacinquenne Ruth Heber, una delle tante bambine giunta in Inghilterra con una piccola valigia piena di qualche abito, delle sue matite preferite e di tanti sogni, dichiarò: “Sarò grata a questo paese sino al giorno della mia morte”.

Sotto, il monumento alla Stazione di Berlino:

Ormai la maggioranza di coloro che videro la stazione di Liverpool Street al loro arrivo, nei lontani anni precedenti la guerra, è ormai naturalmente scomparsa. Restano il ricordo di quei giorni e il memoriale di bronzo collocato innanzi alla stazione di Liverpool Street, i cui bambini scolpiti nel metallo hanno volti che, nonostante tutto, irradiano speranza. Sono volti che guardano avanti, verso il futuro.

Fonti immagini: Wikipedia, Imdb del documentario.

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Giovanna Potenza
Amo scrivere spaziando in ambiti storico-filosofico-letterari. Sono intellettualmente curiosa ed amo confrontarmi con culture diverse, che scopro attraverso i miei viaggi, sebbene la Gran Bretagna rappresenti il mio luogo dell’anima.
  • Pierluigi Russo

    Non nascondo che ho le lacrime agli occhi dopo la lettura dell’articolo.Quando si parla di bambini, vittime innocenti di quel periodo storico, la sensibilità e l’amore per l’umanità dovrebbe venir fuori da ogni governante sulla faccia della terra.
    Il Governo Britannico merita senz’altro una lode per gli sforzi fatti in tal senso verso questi bambini in viaggio sui “Kindertransport”.
    La frase di Ruth Heber ne racchiude tutto il senso.
    La storia dovrebbe essere maestra e insegnare ai governanti odierni di fare qualsiasi cosa nei paesi colpiti dalla fame, dalla guerra e fare in modo di poter dare un futuro a tutti i bambini.
    Dovrebbe essere una priorità nella politica di ogni paese…..perche LORO , i “bambini” sono il NOSTRO futuro!
    Grazie!
    📝📚
    Un cordiale saluto a Giovanna Potenza,per l’articolo!😊