Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai secondo».

Questa è la visione che saluta Dante dopo esser stato sbarcato da Caronte al cospetto degli spiriti magni, nel IV canto della Divina Commedia dedicato al Limbo. Prima di raggiungere il Purgatorio e successivamente il Paradiso, Dante attraversa l’inferno, probabilmente la parte della Divina Commedia più famosa in assoluto, che è descritto come nebuloso e profondo.

Giunti al XXXIV canto, Dante e Virgilio incontrano Satana:

Lo ‘mperador del doloroso regno
da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia

L’angelo decaduto che è assorto nella propria infinita solitudine. Grazie al corpo di Satana, i due poeti potranno raggiungere il Purgatorio, passando nell’emisfero australe. La Divina Commedia fu, dal momento della sua pubblicazione, ampiamente lodata per l’eccezionalità della sua qualità letteraria. Fra i suoi primi critici si ricorda anche Giovanni Boccaccio che, vissuto pochi anni dopo Dante, già in vita ne tenne letture pubbliche chiamate “Esposizioni sopra la Comedia”.

L’inferno, la più famosa delle “Cantiche”, affascinò generazioni di scrittori, ma anche di studiosi e topografi. Antonio Manetti, architetto e matematico fiorentino vissuto nel XV secolo, lavorò a lungo sull’opera, arrivando a definire la larghezza del limbo, 87,5 miglia, e molte altre dimensioni. Appassionato dantologo, al Manetti spetta il merito di aver fondato gli studi di cosmografia dantesca, come riconosciuto attraverso le testimonianze di Cristoforo Landino e di Girolamo Benivieni.

Giunse infine a realizzare un’opera che descrisse a livello cartografico l’Inferno di Dante, quella sotto (Fonte: Cornell University Library):

Ci sono diverse teorie riguardo il motivo per cui fu così importante mappare l’Inferno di Dante, fra cui la popolarità generale della cartografia all’epoca e l’ossessione rinascimentale con le proporzioni e misure. Tuttavia, tenuto conto delle limitazioni inerenti la mappatura di un mondo di fantasia, il dibattito sulle dimensioni fu articolato e acceso.

Qual è la circonferenza dell’Inferno? E la sua profondità? Quale la sua entrata?

Anche Galileo Galilei si impegnò nel dibattito e, nel 1588, tenne due lezioni in cui studiava le dimensioni dell’inferno sui calcoli della mappa di Manetti. Galileo non fu l’unico degli intellettuali del Rinascimento ad impegnarsi nella cartografia dell’Inferno. Alla fine del XV secolo anche Sandro Botticelli, immortale pittore de la “Venere” e “La Primavera”, disegnò la propria versione dell’Inferno Dantesco (dipinto sotto):

Sotto, la mappa dell’Inferno nell’edizione della Divina commedia di Aldo Manuzio (1502), famosissimo editore veneziano, che sarebbe stata la base per le ristampe dei 3 secoli successivi (Fonte: Cornell Library):

Sotto, l’Inferno Dantesco dipinto da Giovanni Stradano, nel 1587 (Fonte: Wikipedia):

Sotto, incisione di Jaques Callot su dipinto di Bernardino Poccetti del 1612 (Fonte: Thorvaldsen Museum):

Dopo il Rinascimento, il desiderio di immaginare le dimensioni dell’inferno, di disegnarne particolari e confini ed immaginarne i protagonisti crollà bruscamente, con una lieve ripresa nel XIX secolo. Del 1855 è la mappa di Michelangelo Caetani, utilizzata anche all’inizio dell’articolo, che trovate in versione integrale sotto (Fonte: Cornell Library):

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Matteo Rubboli
Appassionato di tecnologia, in particolar modo di fotografia e arti digitali, è blogger su Vanilla Magazine.