Strepitosa in ogni sua misteriosa sfaccettatura. Nota al mondo come la “Sfinge Testa di morto”, questa falena amante del caldo e della notte, spicca per la sua voluminosa e appariscente natura che, con i suoi tredici centimetri di apertura alare, la consacra quale una delle falene dalle maggiori dimensioni d’Europa.

Farfalla dall’emblematico aspetto, essa solletica sin dal suo primo apparire le fantasie dell’uomo, facendo emergere alla coscienza di ognuno, le recondite sensazioni di ignoto e di timore.

E se la farfalla incarna il mistero della metamorfosi, del mutamento e della naturale evoluzione spirituale degli esseri, risulta sorprendente allora comprendere la ratio che ha sancito, irrimediabilmente, la leggendaria, fatale reputazione del maestoso essere alato.

L’accostamento della temibile fama alla falena dai caldi e cupi colori, trova fondamento in un’immagine, ovvero, nella leggendaria figura graficamente incisa sul suo dorso; un cavillo di ombre e sfumature capace di destare grande impressione negli uomini che nei secoli hanno avuto modo farne l’incontro.

Ignara, essa si libra libera nell’aria, inconsapevole del micidiale simulacro finemente impresso sulla superficie della sua villosa schiena. Tale da ricreare agli occhi dello spettatore, l’orrorifica immagine di un teschio umano

Nel 1758 Linneo, famoso naturalista svedese, le attribuì il nome scientifico di Acherontia atropos, decretandone con sommo tributo l’inesorabile destino. Questo nome si compone di due essenze, entrambe dalla mortifera connotazione. Acherontia, in memoria dell’Acheronte, il celebre fiume della mitologia greca attraverso il quale il nocchiero Caronte era conduceva le anime dei defunti, giù, sino alle profonde viscere degli inferi.

Àtropos, da Atropo, in riferimento alla terza delle Parche, le dee greche che tessevano nelle loro esperte mani, i destini degli uomini. Nel passato, la vita era pensata come ad un filo, lungo o corto in base alla durata della propria esistenza. Atropo incarnava pertanto l’ineluttabile, ovvero il destino e il fine di ogni essere. Ella era la dea che, con lucida perizia, amputava il filo della vita, sancendo il sonno eterno degli uomini.

Plinio il Vecchio, già nel 77 d.C. la definiva Papilio feralis, ovvero una farfalla portatrice di morte. In realtà, l’affascinante farfalla, non avrebbe alcuna colpa per il simbolo che silente medita nel punto d’incontro tra le sue ampie ali.

Il mistero avrebbe difatti una matrice ben più riconducibile all’umano che al trascendentale, essendosi autogenerato in ragione del fenomeno noto come pareidolia, ovvero la naturale propensione dell’uomo di associare a forme e ad oggetti dalla casuale composizione, delle immagini note, ridefinendo l’oggetto osservato, entro la lente di schemi e strutture a noi familiari.

Tutto ciò basta a plasmare, fortuiti agglomerati di colore, nell’immagine di un teschio e di conseguenza nei minacciosi presagi di sventura. Ciò che è curioso notare, è che in ogni parte del mondo vi è stata una comune lettura ed interpretazione di tali forme, attribuendo irrimediabilmente a quella macchiolina a forma di teschio, una patina di mistero capace di ispirare reverenziale timore.

Questo elemento l’ha resa spesse volte ospite sgradito. Ad avviso di alcuni essa sarebbe manifesta di funeste energie, tali da anticipare il verificarsi di morti e disgrazie. Fu associata per lungo tempo al mondo delle streghe essendo, secondo alcuni, la vile messaggera dei nomi delle persone da destinare al mortale maleficio.

Al suo malaugurato svolazzare all’interno delle abitazioni, si rimediava cospargendo gli usci delle case di acqua benedetta, auspicando la protezione divina da ogni temibile influenza maligna. L’infelice fama ha al contempo giocato a vantaggio della sua notorietà, rendendola inconsapevole protagonista di opere letterarie, pittoriche e cinematografiche.

Cenni all’oscura farfalla vengono oculatamente sbriciolati in alcuni passaggi di “Dracula”, la grande opera letteraria di Bram Stoker (1897). In “La signorina Felicita ovvero la Felicità” del 1911, il poeta crepuscolare, entomologo per passione, Guido Gozzano, dedica all’Acherontia uno spazio di rilievo all’interno della sua opera:

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
e prigioniero. Stavasi in riposo
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si librò con un ronzo lamentoso.
“Che ronzo triste!” – “È la Marchesa in pianto…
La Dannata sarà che porta pena…”
Nulla s’udiva che la sfinge in pena

Essa ricevette però massima euforia celebrativa allorquando, negli anni 90, la peculiare locandina del “Silenzio degli Innocenti” la pose al centro della scena, ponendo la sua enigmatica figura sulle labbra chiuse della giovane attrice Jodie Foster.

Utilizzata come marchio del serial killer, il suo arcano mistero si infittisce ulteriormente. Osservando con maggior cura l’immagine apposta sulla locandina, spicca, incastonata sul dorso del Teschio di testa di morto, la riproposizione del celebre ritratto “In Voluptas Mors” dell’artista Salvador Dalì; chiaro omaggio del regista all’artista spagnolo.

Sette giovani corpi femminili, sublimano sottilmente il mistero dei sette peccati capitali, in un’unione di corpi che ricompone la macabra immagine di un teschio.

L’adunanza di queste simbologie, afferisce al mondo del mistero ed in particolare al tema della morte.

Lo scrittore Thomas Harris nella sua celeberrima opera “Il silenzio degli innocenti”, descrisse la falena in tal modo:

La falena era meravigliosa e terribile. Le grandi ali bruno-nere erano drappeggiate come un mantello e sull’ampio dorso lanuginoso spiccava il simbolo che ha sempre ispirato timore agli uomini, da quando hanno incominciato a incontrarla all’improvviso nei loro giardini. Il teschio a cupola, il teschio che è nel contempo cranio e volto, gli occhi scuri, gli zigomi, l’arco zigomatico tracciato in modo perfetto accanto agli occhi.

Temibile e misteriosa, risulta curioso scoprire che essa è in realtà attratta da una dolcissima tentazione: il miele. Così, impavida e folle, essa si presenta innanzi agli alveari vigorosamente accerchiati dalle api e, senza remore alcuna, pur di ottenere una piccola porzione dell’agognato nettare, essa offre la breve vita al pericoloso affollarsi dei pungiglioni accesi.

Prodigio dall’ammirevole natura, una volta giunta al cuore dell’alveare essa compie il suo ultimo grande mistero: si rende invisibile. La sfinge testa di morto è difatti in grado di camuffarsi, generando uno speciale feromone simile a quello prodotto dalle sue antagoniste.

Preziosissima esponente della variegata famiglia dei Lepidotteri, questa falena è inoltre una rarità, per via della sua capacità di produrre suoni. Quando avverte il pericolo, essa inspira ed espira in una frazione di secondo, provocando la rapida contrazione dell’epifaringe, membrana posta a cavallo tra bocca e gola, emettendo infine un suono acuto e sinistro, una sorta di grido stridulo, capace di imprimere sensazioni di pungente timore negli uomini che lo odono.

Dal peculiare suono restò colpito anche Edgar Allan Poe, che nella sua opera “La sfinge” (1846) così lo rammenta:

Ma la peculiarità principale di questa cosa orribile, era la raffigurazione di una Testa di Morto, che copriva quasi interamente la superficie del suo petto, e che era tracciata con precisione in uno scintillante color bianco sul fondo nero del corpo, come se fosse stata disegnata con grande cura da un artista. Mentre guardavo il terrificante animale e più specialmente l’immagine sul suo petto, con un senso di orrore e di timore – misti a una sensazione di sciagura incombente, che mi riusciva impossibile colmare malgrado ogni sforzo della ragione, vidi le enormi mascelle all’estremità della proboscide, spalancarsi all’improvviso; ne uscì un suono così forte e pauroso, che colpì i miei nervi come un rintocco funebre”.

Al di là da ogni macabra allusione, la sua leggenda continua oggi ad oscillare tra sfumature di orrore e fascinazione.

Portento della natura, ella non si stanca di sorvolare ogni anno percorsi lunghissimi, lasciando l’Africa per planare, nei mesi più caldi, anche nei giardini d’Europa.

Essere dallo charme eccezionale, di essa oggi resta il mito e l’indecifrabile segreto.

Insetticidi e inquinamento luminoso hanno stipato la proliferazione della mirabile farfalla, ad un eccezionale avvenimento, tale da dipingere oggi, ogni sua fugace apparizione, delle sensazioni di raro e indimenticabile.

Fonte immagini: Wikipedia

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Giada Costanzo
Appassionata di arte, letteratura, cinema e fotografia. Ad una formazione nelle Politiche per la Sicurezza e nelle Relazioni internazionali si unisce una forte attitudine alla creatività, che include la pittura, il design e la produzione di abiti.Curiosa di natura. Amo le “antichità” sotto ogni forma e sfaccettatura. Ricerco le storie dimenticate della gente più comune e ammiro l’umanità che è nella persone più semplici.Le origini siciliane si riversano in ogni mia ispirazione. La scrittura è il mezzo, condividere il fine; nella costante convinzione che la conoscenza possa essere una via per il miglioramento.