Un avviso di sfratto è indubbiamente il tipo di lettera che nessuno vorrebbe ricevere, ma quando sono gli abitanti di un intero villaggio ad essere cacciati dalle loro case, la situazione può definirsi drammatica.

Nel 1943, gli abitanti del piccolo villaggio di Imber, nella regione del Wiltshire (Regno Unito), ricevettero tutti la stessa lettera, con la quale venivano informati che era “necessario evacuare” le loro case, che dovevano essere “messe a disposizione per un periodo di addestramento, entro il 17 dicembre”. Gli abitanti del villaggio ebbero 47 giorni di tempo per impacchettare la propria vita e lasciare Imber, per sempre.

La Gran Bretagna, come il resto d’Europa, stava vivendo gli anni tragici della seconda guerra mondiale. L’esercito inglese aveva bisogno di un campo di addestramento, che ancor più serviva alle truppe americane che dovevano prepararsi allo sbarco in Normandia.

Il Ministero della Guerra britannico, già dalla fine dell’800, aveva iniziato ad acquistare terreni nella piana di Salisbury, proprio con lo scopo di usarli per le esercitazioni militari.

All’inizio della seconda guerra mondiale quasi tutti i terreni di Imber e dintorni appartenevano al Ministero, compresi gli edifici civili, ad eccezione della chiesa, della canonica, della scuola e dell’immancabile pub.

Questa situazione permise al governo di sfrattare i residenti, senza fornire loro sistemazioni alternative, ma consolandoli con qualche frase di circostanza, tipo: “Il Governo comprende che quello richiesto non è un piccolo sacrificio da fare, ma è sicuro che (la popolazione) darà di buon grado questo ulteriore aiuto per vincere la guerra.”

Nella lettera di sfratto, il governo si offriva “di rimborsare le spese ragionevoli da voi sostenute per quanto riguarda il trasporto dei mobili alla vostra nuova casa, e le spese di viaggio…Per chi è così sfortunato da non essere in grado di trovare una sistemazione alternativa, ed ha bisogno di conservare i mobili in un magazzino, il Dipartimento rimborserà i costi di trasporto e deposito, per una ragionevole spesa, fino a quando non sarà possibile trovare un’altra casa, o fino a quando l’area di Imber sarà riaperta agli abitanti.”

Il villaggio, e l’area circostante, non sono mai stati restituiti ad una vita civile, ma sono ancora oggi usati per gli addestramenti militari, rigorosamente off limits per i civili, tranne che in alcuni giorni dell’anno prestabiliti, durante i quali si può visitare la zona, sotto il controllo dei soldati.

Imber aveva una storia antica, che risale ai romani, anche se le prime notizie certe partono dal 967 dC., quando contava “50 abitanti e 2 schiavi”.

Nel 1939 le persone che abitavano nel villaggio erano 152; quando venne il momento della partenza non ci furono molte proteste, e lo sgombero fu relativamente facile: solo un agricoltore, con la sua famiglia, si oppose allo sfratto, facendo intervenire l’esercito.

Uno storico locale racconta della morte del fabbro del paese: “Quando venne il momento di evacuare il villaggio lo trovarono accasciato sulla sua incudine, che piangeva come un bambino… Nel giro di un mese era morto.”

Il fabbro fu il primo a tornare nel villaggio, ma solo per essere seppellito nella chiesa del 13° secolo, ancora oggi attiva, anche se circondata da filo spinato.

La scarsa resistenza opposta dagli abitanti del villaggio era probabilmente dovuta alla loro convinzione di poter un giorno tornare a casa.

Il pub locale, il Bell Inn, continuò a rinnovare la licenza fino al 1960, sperando in una possibile riapertura.

L’edificio è ancora in piedi, così come la vecchia casa padronale, la scuola, la chiesa e diverse case, gusci abbandonati che lentamente si sfaldano nella vana attesa dei loro vecchi inquilini.

Gli antichi abitanti hanno un solo modo di tornare a Imber: essere sepolti nel cimitero del paese.

Sotto, Google Maps del villaggio:

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Annalisa Lo Monaco

Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!