Quando Charles Goodyear, nella prima metà dell’Ottocento, scoprì in maniera empirica, e dopo innumerevoli fallimenti, il processo di vulcanizzazione della gomma, non poteva certo immaginare che diversi popoli del Centro-America lo conoscessero già da tremila anni.

Palla di gomma piena, 300 aC / 250 dC.

Aztechi, Olmechi e Maya erano in grado di produrre la gomma mescolando il lattice naturale (ricavato dagli alberi della gomma) al succo di un’altra pianta, la Ipomea purpurea (conosciuta anche per le sue proprietà allucinogene), che rendeva più elastico il composto. Ma non solo, sapevano realizzare gomme dalle diverse caratteristiche dosando differentemente gli ingredienti. Quella più elastica veniva probabilmente utilizzata per creare i palloni usati per il rituale “gioco della palla”, diffuso con diverse varianti in tutta l’America Centrale, mentre quella più resistente veniva forse utilizzata per i sandali usati dagli Aztechi, descritti nelle cronache dai conquistadores spagnoli, ma mai ritrovati.

Dettaglio del Codex Borgia del XVIII secolo: il dio azteco Xiuhtecuhtli porta un’oggetto in gomma come offerta in un tempio

El Manatí, in Messico, è un antico sito sacrificale associato agli Olmechi, nelle cui paludi gli archeologi hanno rivenuto, tra le altre cose, le più antiche palle di gomma conosciute, risalenti approssimativamente al 1600 aC. Le sfere erano sepolte insieme ad altri simboli religiosi, e quindi esse stesse dovevano rivestire un significato rituale.

Affresco a Tepantitla

Nel corso dei secoli, e nelle differenti culture che lo praticavano, il gioco della palla, disputato anche solo per semplice divertimento, diventava in alcuni casi un’importante cerimonia religiosa, che spesso si concludeva con sacrifici umani.

Decorazione di un vaso Maya (650-800 dC. circa): un giocatore indossa un complicato abito da gioco dotato di protezioni per fianchi e gambe

Anche senza il cruento epilogo sacrificale, il gioco era comunque brutale, perché la palla, di solida gomma, pesava all’incirca quattro chili, e riusciva a provocare seri infortuni ai giocatori, e talvolta anche la morte, almeno secondo fonti spagnole del XVI secolo. Fonti che riportano anche come alcuni eventi sportivi venissero disputati per risolvere dei conflitti, sia fra popolazioni diverse sia all’interno di uno stesso gruppo etnico: un’alternativa meno violenta alle guerre per problemi di confini o di tributi dovuti dai popoli sottomessi.

Campo da gioco a Monte Alban

Come si svolgesse il gioco, e quali regole avesse, non è ancora ben chiaro, anche se si può certamente affermare che nel corso del tempo, e a seconda delle diverse civiltà che lo praticavano, abbia assunto connotazioni diverse.

La Partita

Le partite potevano essere disputate sia fra due squadre, sia fra due singoli individui. La palla veniva colpita con le anche, le braccia, le mani, e talvolta con dei bastoni, dai giocatori obbligati a rimanere nella loro metà campo, fino a quando non finiva fuori, o non veniva correttamente rilanciata agli avversari. Gli studiosi ritengono che lo sport originale, quello considerato il “vero” gioco della palla, disputato esclusivamente in campi affiancati da muri, fosse quello che prevedeva solo l’uso delle anche.

Tardivamente, nel periodo post-classico, i Maya complicarono il gioco posizionando degli anelli di pietra attraverso i quali doveva passare la palla. Anche gli Aztechi, secondo le testimonianze degli spagnoli, avevano nei loro campi da gioco cerchi di pietra attraverso i quali i giocatori dovevano far passare la pesante sfera di gomma. Perdeva un punto la squadra che mandava la palla fuori campo, la faceva rimbalzare più di due volte prima di rilanciarla agli avversari, o mancava i cerchi di pietra.

Il cerchio in pietra nel campo da gioco di Chichén Itzá

Malgrado le distinte connotazioni assunte tra le diverse culture, il gioco della palla aveva ovunque un forte significato simbolico, legato sia alla fertilità, assicurata dal sacrificio umano, sia all’eterno ritorno del sole: la competizione tra due squadre, e talvolta tra due singoli giocatori, rimanda alla lotta tra il giorno e la notte, ma anche tra la vita e il mondo dei morti. Chi praticava il gioco era quindi un guerriero che lottava sia per mantenere l’equilibrio dell’universo, sia per garantire la perenne rigenerazione della vita.

Un bassorilievo maya che mostra il sacrificio di un giocatore

Ancora oggi, in alcune aree circoscritte del Centro-America, gli indigeni giocano due moderne versioni dello sport praticato dai loro antenati, il tlachtli e l’ulama, anche se con palloni molto meno pesanti, e senza la cruenta conclusione sacrificale.

Fonte immagini: Wikipedia

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Annalisa Lo Monaco
Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!