I complessi monastici di David Gareja e Vardzia rappresentano due antichissime testimonianze di civilità mediorientali risalenti all’epoca medievale, lasciti di civiltà ormai dimenticate fra le sabbie del tempo.

Il monastero di David Gareja

Un vento polveroso spazza le creste rocciose, andando a perdersi attraverso le infinite pianure desertiche dell’Azerbaigian.

Uno stretto sentiero corre attraverso gli stenti cespugli, scossi dai passi dei rari turisti che arrivano in questo luogo mistico e isolato.

Una ringhiera arrugginita sottolinea lo stretto percorso che segna il confine tra Georgia e Azerbaigian.

In alto, scavate nella roccia, occhieggiano misteriose grotte, nascoste sotto il costone del monte Gareja, che ospita un antico complesso monastico di fede ortodossa, ma anche importantissime testimonianze artistiche, gli affreschi del monastero David Gareja.

Il monastero rupestre (o Lavra) di David Gareja, che risale al VI° secolo, è ancora oggi abitato da uno sparuto gruppo di monaci solitari, che conducono una vita ascetica su queste aride pendici semi-desertiche.

Molti secoli fa però, il monastero era il centro della vita spirituale della Georgia, ma anche punto di riferimento per l’arte sacra, grazie ai suoi affreschi, alcuni dei quali ancora visibili, che avevano come soggetto la vita dei santi georgiani.

Nel corso del tempo anche le montagne vicine divennero sede di altri monasteri, come Udabno, costruito tra l’VIII e il X secolo. La rete di grotte, che si stende per 500 metri, è collegata da stretto sentiero, che in epoca sovietica divenne il confine tra Georgia ed Azerbaigian.

Anche se alcuni monaci vivono ancora nel monastero, la gran parte di esso è abbandonato. Durante l’era sovietica il complesso venne utilizzato come campo di addestramento militare, per la somiglianza del suo territorio con quello dell’Afghanistan, e gli affreschi divennero il bersaglio per le esercitazioni di tiro dei soldati sovietici.

Dopo il crollo dell’URSS, il convento divenne nuovamente un luogo di pellegrinaggio, oltre che di accoglienza per sei monaci. Visitare il complesso è però difficile, perché attraversato dal confine tra Georgia e Azerbaigian: una parte del monastero sorge in quello che attualmente è territorio azero, motivo di dispute tra i due paesi sulla definizione dei confini.

La città / monastero di Vardzia

Vardzia, muta ed immutabile, si apre con le sue mille bocche sul fianco del monte Erusheli, nel sud della Georgia.

Più di seimila stanze, disposte su tredici piani, si nascondevano nel ventre della montagna, una città/monastero rupestre, voluta dalla regina Tamara, che la fece costruire nel 1185 per difendersi dall’invasione dei mongoli.

Il fiore all’occhiello di questo complesso consisteva nel suo sistema di irrigazione, che portava l’acqua alle terrazze coltivate. Questa incredibile fortezza resistette all’invasione dei mongoli, ma nel 1283 dovette arrendersi alla forza della natura: un terremoto fece crollare la parte più esterna della città, lasciando aperte ed in balia degli elementi le sale interne.

Circa i due terzi della città furono distrutti, ma nonostante questo una comunità di monaci rimase ad abitare il monastero fino al 1551, quando la conquista musulmana decretò la fine della vita monastica.

Oggi Vardzia accoglie nuovamente una ristretta comunità di monaci, ed è un’importante meta turistica della Georgia. Si possono visitare circa trecento degli antichi appartamenti, decorati da un’imponente serie di pitture murali, concreta testimonianza dell’incontro tra la cultura cristiana orientale ed il modo bizantino, espressa secondo una tradizione artistica tipicamente locale.

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Annalisa Lo Monaco
Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!