Dopo Expo 2015 non è più richiesto essere l’uomo ragno per arrampicarsi in direzione paradiso e toccare il cielo con un dito. E’ lassù dove i tetti della galleria Vittorio Emanuele II confinano con la volta celeste che la magia arriva più veloce della luce, facendo pronunciare a chiunque vi metta piede le profetiche parole che lo scrittore americano Mark Twain disse in visita per la prima volta al salotto milanese:“Vorrei vivere qui per sempre, e la nostra salita al cielo è assicurata”. Detto fatto, là in cima, a quaranta metri d’altezza, d’ora in poi non sarà più un sogno passeggiare sopra le torreggianti passerelle della galleria milanese. Una visuale a 360 gradi, un percorso di 250 metri, che fino al 2015 era accessibile unicamente agli addetti ai lavori del Comune di Milano. Oggi è aperto a chiunque voglia godere di uno degli skyline più attraenti d’Italia.

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Se da una parte la terrazza a cielo aperto si affaccia sul bulbillo più vecchio di Milano, quello che guarda verso piazza Duomo, la Torre Velasca e terrazza Martini, dall’altra si protende in direzione della Milano “work in progress”, tempestata di grattacieli che svettano verso le nuvole. Come il Dritto (Torre Allianz), il secondo grattacielo più alto d’Italia, che con i suoi 209 metri d’altezza, i suoi 50 piani, riesce a contenere 3800 persone.

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Ma facciamo un passo indietro. La galleria non è un semplice passaggio ma è figlia del proprio tempo. Costruita in pieno fermento post Unità d’Italia, tra 1865 e 1867, è simbolo dell’Italia unita, tanto è vero che è dedicata al primo Re italiano, Vittorio Emanuele II, dal quale eredita il nome. Un dedalo di stradine popolari e popolose. Così si presentava nel Medioevo il passage, demolito a fine Ottocento al fine di monumentalizzare questo luogo che ben presto si sarebbe trasformato nel salotto buono della città, in una Milano che stava trasformandosi a tempo di record nella grande metropoli che è oggi.

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D’altronde cos’è la galleria se non lo specchio della società ottocentesca. Una società borghese così “capricciosa” al punto da bramare gli oggetti esposti nelle vetrine dell’Ottagono che sfolgorano come giocattoli. Il particolare meno noto è che ogni negozio era dotato di laboratori sotterranei. I loculi visibili qua e là sul pavimento dell’atrio sono ancora lì a testimoniarlo. Si dice che gli artigiani che operavano nei seminterrati avessero l’abitudine di alzare il naso all’insù per ammirare la carrellata di gambe a passeggio sopra gli stessi loculi. Unico particolare “sconcio”, nell’Ottocento indossare gli slip era pura utopia non essendosi ancora sviluppato il concetto d’igiene.

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Se a fine Ottocento la tendenza era quella di guardare sotto le gonne delle signore a passeggio sopra i loculi, oggi il nuovo trend consiste invece nel ruotare per tre volte col tallone del piede destro sui testicoli del toro ritratti a mo’ di mosaico sul pavimento dell’Ottagono. Qui non è raro osservare qualche turista scaramantico aderire a questo bizzarro rituale.

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A proposito di bizzarrie, mitica la vecchietta che, vivendo ai piani alti dell’Ottagono, era solita bagnare i fiori sul balcone innaffiando immancabilmente gran parte dei clienti della boutique Bernasconi, famosa per l’argenteria.

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Insomma sembra proprio che la galleria ne abbia viste di cotte e di crude. Essendo figlia del suo tempo bisogna immaginarla come una grande impresa teatrale. A fine Ottocento era infatti frequentata da poeti, musicisti, e cantanti intabarrati con le loro sciarpe colorate, che di tanto in tanto davano prova della loro bravura sperando in un futuro vanaglorioso, se solo qualche impresario si fosse accorto di loro.

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Sara Cariglia
Scrivo perché mi da gioia. In fondo il mondo è ricco di storie, di momenti, di episodi, di contingenze che aspettano solo di essere scoperte e raccontate. Mi piace raccontare tra le righe, mi piace flirtare con la scrittura, mi piace leggere la gente. Quando la sfoglio con gli occhi prima di abbozzarla a parole è come se avessi l’impressione di dipingere su tela le loro emozioni. Talvolta le parole rimpiccioliscono i fatti e una delle mie principali responsabilità e far si che questo non accada. Ad oggi le mie ali sono la scrittura. Dico ad oggi, perché non è da molto tempo che ho scoperto e sviluppato questa mia attitudine. Una volta svelata, vi posso assicurare, è stato il volo più bello della mia vita, me ne sono “letteralmente” innamorata. Ormai è ufficiale ed ufficioso, l’arte scrittoria unitamente alla mia grande vocazione per studio e cultura sono i miei tre unici amanti.